Giovanni Giolitti (1842-1928)
Informazioni di base:
Giovanni Giolitti in Rete:
Biografia:
(estratta da Wikipedia)
Giovanni Giolitti
Luogo di nascita
Mondovì
Data di nascita
27 ottobre 1842
Luogo di morte
Cavour
Data di morte
17 luglio 1928
Partito politico
Coalizione
Mandato
maggio 1892 - dicembre 1893
novembre 1903 - marzo 1905
maggio 1906 - dicembre 1909
marzo 1911 - marzo 1914
giugno 1920 - luglio 1921
Elezione
Titolo di studio
Professione
Politico
Coniuge
Vicepresidente
Predecessore
Antonio Starrabba
Giuseppe Zanardelli
Sidney Sonnino
Luigi Luzzatti
Francesco Saverio Nitti
Successore
Francesco Crispi
Tommaso Tittoni
Sidney Sonnino
Antonio Salandra
Ivanoe Bonomi
Giovanni Giolitti (Mondovì, 27 ottobre 1842 – Cavour, 17 luglio 1928) è stato un politico italiano, più volte presidente del Consiglio dei ministri.. È considerato uno dei pochi statisti della storia dell'Italia contemporanea, tanto da dare il nome all'età giolittiana, e - nonostante feroci critiche di alcuni contemporanei come, in particolare, quelle di Salvemini - uno dei politici più efficacemente impegnati nell'estensione della base democratica del giovane Stato euro-mediterraneo e nella modernizzazione economica, industriale e politico-culturale della società italiana a cavallo fra Ottocento e Novecento
Biografia
L'ascesa
Politico privo di un passato impegnato nel risorgimento e portatore di idee liberali moderate, entra nel governo già nel 1882 come collaboratore del Ministero di Grazia e Giustizia; dopo essere passato, con la Destra storica di Quintino Sella, al Ministero del Tesoro (dove, fra l'altro, contribuì a quell'opera tributaria volta tutta al pareggio del bilancio), diventa Ministro del Tesoro del governo di Francesco Crispi e quindi, Ministro dell'Interno nel governo di Zanardelli, prima di giungere alla nomina di Primo ministro nel 1892.
I cinque governi di Giolitti
L'inizio dell'avventura giolittiana come primo ministro coincise sostanzialmente con la prima vera disfatta del governo di Crispi, messo in minoranza nel febbraio del 1891 su una proposta di legge di inasprimento fiscale. Dopo Crispi, e dopo una breve parentesi (6 febbraio 1891 - 15 maggio 1892) durante la quale il paese fu affidato al governo liberal-conservatore del marchese Di Rudinì, il 15 maggio 1892 fu nominato Primo Ministro Giovanni Giolitti, allora ancora facente parte del gruppo crispino.
Fu costretto alle dimissioni dopo poco più di un anno, il 15 dicembre 1893, messo in difficoltà dallo scandalo della Banca Romana e inviso ai grandi industriali e proprietari terrieri per il suo rifiuto di reprimere con la forza le proteste che attraversavano estesamente il paese e per voci su una possibile introduzione di una tassa progressiva sul reddito.
Giolitti non ebbe incarichi di governo per i successivi sette anni, durante i quali la figura principale della politica italiana continuò ad essere Francesco Crispi, che condusse una politica estera aggressiva e colonialista. A Crispi succedettero alcuni governi caratterizzati da una notevole rudezza nel reprimere le proteste popolari e gli scioperi; Giolitti divenne sempre più l'incarnazione di una politica opposta e il 4 febbraio 1901 un suo discorso alla Camera contribuì alla caduta del governo allora in carica, il Governo Saracco, responsabile di aver ordinato lo scioglimento della Camera del Lavoro di Genova.
Già a partire dal governo Zanardelli (15 febbraio 1901 - 3 novembre 1903), Giolitti ebbe una notevole influenza che andava oltre quella propria della sua carica di Ministro degli Interni, anche a causa dell'avanzata età del presidente del consiglio.
Il 3 novembre 1903 Giolitti ritornò al governo, ma questa volta si risolse per una svolta radicale: si oppose, come prima, alla ventata reazionaria di fine secolo, ma lo fece dalle file della Sinistra e non più del gruppo crispino come fino ad allora aveva fatto; intraprese un'azione di convincimento nei confronti del Partito Socialista per coinvolgerlo nel governo, rivolgendosi direttamente ad un "consigliere" socialista, Filippo Turati, che avrebbe voluto persino come suo ministro (Turati però rifiutò anche in seguito alle pressioni della corrente massimalista del PSI).
In questo contesto furono varate norme a tutela del lavoro (in particolare infantile e femminile), sulla vecchiaia, sull'invalidità e sugli infortuni; i prefetti furono invitati ad usare maggiore tolleranza nei confronti degli scioperi apolitici; nelle gare d'appalto furono ammesse le cooperative cattoliche e socialiste. Fu inoltre varata la nazionalizzazione delle ferrovie; si promosse lo sviluppo economico attraverso la stabilità monetaria ed i lavori pubblici (ad esempio il traforo del Sempione).
In questo periodo invitò l'amico Alessandro Fortis a creare un governo (come di fatto avvenne). A Fortis succedette, per soli tre mesi, un governo guidato da Sidney Sonnino e di grande eterogeneità; Giolitti si tenne fuori dal governo e anzi operò per farlo cadere, nell'intento di succedergli, come effettivamente avvenne.
Nel maggio 1906 Giolitti insediò il suo terzo governo, durante il quale continuò, essenzialmente, la politica economica già avviata nel suo secondo governo. Aiutato dalla congiuntura economica positiva dei primi anni del Novecento, poté contare su un'affidabile stabilità monetaria garantita da un processo, l'emigrazione, a cui lui stesso non si oppose.
In campo finanziario l'operazione principale fu la conversione della rendita, cioè la sostituzione dei titoli di stato a tassi fissi in scadenza (con cedola al 5%) con altri a tassi inferirori (prima il 3,75% e poi il 3,5%). L'operazione, svolta nel giugno 1906, riguardò 8,5 miliardi di lire dell'epoca, una cifra considerevole, e si concluse con successo nonostante i timori della vigilia. Le risorse risparmiate sugli interessi dei titoli di stato furono usati per completare la nazionalizzazione delle Ferrovie; si iniziò a parlare anche di nazionalizzazione delle assicurazioni (portata a compimento nel quarto mandato).
Furono inoltre introdotte alcune leggi volte a tutelare il lavoro femminile e infantile con nuovi limiti di orario (12 ore) e di età (12 anni).
Nel 1909 si tennero le elezioni, da cui uscì una maggioranza giolittiana. Nonostante ciò, con una manovra tipica, Giolitti lasciò che fosse nominato presidente del consiglio Sidney Sonnino, di tendenze conservatrici; in questo modo Giolitti voleva proporsi come alternativa per un governo progressista; Sonnino si appoggiava su una maggioranza estremamente eterogenea e instabile e dopo soli tre mesi dovette dimettersi e gli successe Luigi Luzzatti, di fede giolittiana.
Il quarto governo Giolitti durò dal 30 marzo 1911 al 21 marzo 1914. Nacque come il tentativo probabilmente più vicino al successo di coinvolgere al governo il Partito Socialista, che comunque votò a favore. Il programma prevedeva la nazionalizzazione delle assicurazioni sulla vita e l'introduzione del suffragio universale, progetti di considerevole valenza "sociale" e entrambi immediatamente realizzati (dal suffragio erano comunque ancora escluse le donne). Nel settembre del 1911 Giolitti, premuto dalle spinte nazionaliste diede tuttavia inizio alla guerra di Libia; il conflitto ebbe notevoli ripercussioni anche in politica interna, dividendo il Partito Socialista e allontanandolo dal governo in maniera definitiva.
Giolitti iniziò a perdere il controllo delle maggioranze parlamentari con l'arrivo al governo di Antonio Salandra nel 1914. Questi successe a Giolitti accordandosi con lui, ma presto riuscì a rendersi politicamente autonomo. Nel maggio 1915 Salandra volle che la Camera dei deputati votasse sulla sua linea interventista contro le Potenze centrali; Giolitti era apertamente neutralista e per mostrargli appoggio un numero di deputati superiore alla maggioranza dell'Assemblea lasciò il suo biglietto da visita nell'anticamera dell'abitazione romana dell'ex primo ministro. Il giorno dopo però la stessa Camera votò la fiducia a Salandra, reincaricato dal re, facendo uscire l'Italia dalla neutralità.
L'ultima permanenza al governo di Giolitti iniziò nel giugno 1920, durante il cosiddetto biennio rosso (1919-1920). Per porre freno alle frequenti agitazioni socialiste, Giolitti tollerò (o, secondo altri, appoggiò) le azioni delle squadre fasciste, credendo che la loro violenza potesse essere in seguito riassorbita all'interno del sistema democratico.
L'ideologia politica
Come neo-presidente del Consiglio si trovò a dover affrontare, prima di tutto, l'ondata di diffuso malcontento che la politica crispina aveva provocato con l'aumento dei prezzi. Ed è questo primo confronto con le parti sociali che evidenzia la ventata di novità che Giolitti porta nel panorama politico dei cosiddetti "anni roventi": non più repressione autoritaria, bensì accettazione delle proteste e, quindi, degli scioperi purché non violenti né politici (possibilità, fra l'altro, secondo lui ancora piuttosto remota in quanto le agitazioni nascevano tutte da disagi di tipo economico). Come da lui stesso sottolineato in un discorso in Parlamento in merito allo scioglimento, in seguito ad uno sciopero, della Camera del lavoro di Genova, sono da temere massimamente le proteste violente e disorganiche, effetto di naturale degenerazione di pacifiche manifestazioni represse con la forza: «Io poi non temo mai le forze organizzate, temo assai più le forze disorganiche perché se su di quelle l'azione del governo si può esercitare legittimamente e utilmente, contro i moti inorganici non vi può essere che l'uso della forza». Contro questa sua apparente coerenza si scagliarono critici come Gaetano Salvemini che sottolinearono come invece nel Mezzogiorno d'Italia gli scioperi venissero sistematicamente repressi. L'intellettuale meridionale definì Giolitti un "ministro della malavita" proprio per questa sua disattenzione riguardo ai problemi sociali del Sud, che avrebbe provocato un'estensione del fenomeno del clientelismo di tipo mafioso e camorristico.
Giolitti si può definire un liberale progressista o un conservatore illuminato, sapeva adattarsi, cercando di padroneggiarla, alla variegata realtà politica italiana. Egli disse che il suo era come il mestiere di un sarto che dovendo confezionare un vestito per un gobbo deve fare la gobba anche al vestito. Egli dunque era convinto di dover governare un paese "gobbo" che non aveva intenzione di "raddrizzare" ma realisticamente governare per quello che era.
La sua attenzione si rivolse al partito socialista, per trasformarlo da avversario a sostegno delle istituzioni ed allargare nello stesso tempo le basi dello stato, e ai cattolici, che volle fare rientrare nel sistema politico.
Dopo i disgraziati avvenimenti che avevano caratterizzato l'ultimo governo Crispi e quello di Pelloux, Giolitti era convinto che, se lo stato liberale avesse voluto sopravvivere, doveva tener conto delle nuove classi emergenti. Nelle "Memorie della mia vita" egli si pone sulla stessa via del suo grande predecessore Cavour e quasi ne ripete le espressioni. Come Cavour sosteneva, seguendo il modello liberale inglese, che bisognasse realizzare tempestive riforme per prevenire le agitazioni socialiste («L'umanità è diretta verso due scopi, l'uno politico, l'altro economico. Nell'ordine politico essa tende a modificare le proprie istituzioni in modo da chiamare un sempre maggior numero di cittadini alla partecipazione al potere politico. Nell'ordine economico essa mira evidentemente al miglioramento delle classi inferiori, ed a un miglior riparto dei prodotti della terra e dei capitali») allo stesso modo sembrava dire Giolitti: «Io consideravo che, dopo il fallimento della politica reazionaria, noi ci trovavamo all'inizio di un nuovo periodo storico... Il moto ascendente delle classi operaie si accelerava sempre più ed era moto invincibile perché comune a tutti i paesi civili e perché poggiava sui principi dell'eguaglianza tra gli uomini . Solo con una condotta da parte dei partiti costituzionali verso le classi popolari si sarebbe ottenuto che l'avvento di queste classi, invece di essere come un turbine distruttore, riuscisse ad introdurre nelle istituzioni una nuova forza conservatrice e ad aumentare grandezza e prosperità alla nazione.» (dalle Memorie della mia vita di G. Giolitti).
È innegabile la tendenza, sfondo di tutta la sua attività politica, di spingere il parlamento ad occuparsi dei conflitti sociali al fine di comporli tramite opportune leggi. Per Giolitti, infatti, le classi lavoratrici non vanno considerate alla stregua di una pura opposizione allo Stato - come fino ad allora era avvenuto - ma occorre riconoscere loro la legittimazione giuridica ed economica. Compito dello stato quindi è quello di porsi come mediatore neutrale tra le parti, poiché esso rappresenta le minoranze ma soprattutto la moltitudine di quei lavoratori vessati fino alla miseria dalla legislazione fiscale e dello strapotere degli imprenditori nell'industria. Un aspetto della sua attenzione alle classi popolari può essere considerata anche la innovazione della corresponsione di una indennità ai parlamentari che sino ad allora avevano svolto la loro funzione a titolo gratuito. Questo avrebbe consentito, almeno in linea teorica, una maggiore partecipazione dei meno abbienti alla carica di rappresentante del popolo.
Cariche politiche
Giovanni Giolitti in un'immagine giovanile.
Presidente del Consiglio
15 maggio 1892 / 27 settembre 1892
23 novembre 1892 / 15 dicembre 1893
3 novembre 1903 / 18 ottobre 1904
30 novembre1904 / 12 marzo 1905
29 maggio 1906 / 8 febbraio 1909
24 marzo 1909 / 11 dicembre 1909
30 marzo 1911 / 29 settembre 1913
27 novembre 1913 / 21 marzo 1914
15 giugno 1920 / 7 aprile 1921
11 giugno 1921 / 4 luglio 1921
Ministro degli Affari Interni
15 maggio 1892 / 15 dicembre 1893
15 febbraio 1901 / 21 giugno 1903
3 novembre 1903 / 12 marzo 1905
29 maggio 1906 / 11 dicembre 1909
30 marzo 1911 / 21 marzo 1914
15 giugno 1920 / 4 luglio 1921
Ministro delle Finanze (Tesoro)
9 marzo 1889 / 10 dicembre 1890
Note
^ Per l'agricoltura era rimasto a vantaggio degli agrari latifondisti il rigido protezionismo voluto da Crispi, perpetuando nell'età giolittiana quel patto mostruoso (pactum sceleris), così lo definirà Antonio Gramsci, tra gli industriali liberali del Nord, pur danneggiati dalla tariffa protettiva sul grano, cioè sul pane, che manteneva alti i salari operai, e i reazionari agrari del Sud che trovavano un comune interesse nel mantenere le masse a loro subordinate.
^ "Memorie della mia vita / Giovanni Giolitti" con uno studio di Olindo Malagodi. - Milano : F.lli Treves, 1922. - 2 v. (627 p. compl.)
Voci correlate
Età giolittiana
Governo Giolitti I
Governo Giolitti II
Governo Giolitti III
Governo Giolitti IV
Governo Giolitti V
Bonifica agraria
Onorificenze
Cavaliere dell'Ordine Supremo della Santissima Annunziata
— 1904
Opere
Giovanni Giolitti "Memorie della mia vita / Giovanni Giolitti" con uno studio di Olindo Malagodi. - Milano: F.lli Treves, 1922. - 2 v. (627 p. compl.)
Bibliografia
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A. Frassati, Giolitti, Firenze, 1959
G. Spadolini, Giolitti e i cattolici, 1960
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S. F. Romano, L'Italia del Novecento. L'età giolittiana (1900-1914), Roma, 1965
F. De Felice, Panorami storici. L'età giolittiana, in «Studi storici», fasc. I, 1969
B. Vigezzi Da Giolitti a Salandra, Firenze, 1969
A. Berselli, L'Italia dall'età giolittiana all'avvento del fascismo, Roma, 1970
N. Valeri, Giolitti, Torino, 1971
B. Vigezzi Giolitti e Turati, Milano-Napoli, 1976
A. Acquarone, L'Italia giolittiana, Bologna (1896-1915), 1988
G. Negri (a cura di), Giolitti e la nascita della Banca d'Italia nel 1893, Bari, 1989
R. Romanelli, L'italia liberale, Bologna, 1990
E. Gentile, L'Italia giolittiana, Bologna, 1990
A. A. Mola, Giolitti. Lo statista della nuova Italia, Milano, 2003.
E. Novello, La bonifica in Italia, Milano, 2003
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